Settembre 2007 Archives

Ci sono sere in cui, nonostante la totale assenza di eventi in terra berica, Baldra ed io decidiamo di sfidare il nulla e di uscire di casa.

Qualche settimana fa ci trascinammo alla sagra dell'Aracoeli.
Ciò che vedemmo, e che ho riportato qua sotto, è il quarto capitolo della sfortunata serie Le Grandi Attività Culturali di Vicenza, detto anche Quant'è bello deridere il tuo prossimo incompetente.



Ignoro il nome della band. Anche se dubito vi possa interessare.

Voi non siete profondamente angosciati? Io sì.
Non faccio altro che angosciarmi.
La cosa è peggiorata sensibilmente nel corso degli ultimi dodici mesi, periodo durante il quale sono stata “primotta” a Scienze Politiche.

Mi angoscio e mi deprimo, preparando esami tristissimi, ascoltando dischi orripilanti da recensire e altri splendidi che non riesco a trovare nei negozi, contemplando il repentino decadimento di mia nonna.
Ho tentato la via delle letture umoristiche. Fortunatamente la mia soffitta straripa di opere di Wodehouse.
Eppure tutto ciò non è sufficiente.

Ogni tentativo di sorridere all'universo con aria ebete viene incenerito durante i miei rendez-vous serali con il Collega. Ci aggiorniamo sulle nostre disgrazie domestiche, sulle ultime notizie filtrate da Sky Tg24, da internet e dai quotidiani.
Egli mi narra di articoli e reportage letti sull'Internazionale, di cui è fiero abbonato. Io mi dilungo proferendo notizie reperite sui miei libri di testo.
Ci guardiamo negli occhi, discutiamo con movenze rassegnate, beviamo recioto.
Facciamo del nostro meglio per salvare il pianeta dal declino.
Attendiamo con ansia il giorno in cui avremo i soldi per dei pannelli solari.
Boicottiamo determinate aziende. Ci incazziamo perché quando finalmente ho avuto la possibilità di cambiare macchina, gli incentivi su quelle a metano non c'erano più e mio padre, già poco convinto, è andato sul sicuro optando per il gasolio.
Deprechiamo le sconvolgenti quantità di auto della polizia che circolano per il centro di Vicenza. Si tratta oramai quasi esclusivamente di Alfa 159, che vengono lasciate accesse e ferme mentre il pulotto di turno fa conversazione. E pensare che in centro storico ad Amsterdam la polizia gira in bicicletta.
Facciamo il lavaggio del cervello al nostro prossimo. Ci proponiamo di destrutturare le convinzioni pazze di molti dei nostri concittadini, che si riempiono la bocca di paroloni grandi come l'Altare della Patria. Chiamano Nemico l'esercito americano, il Pentagono, Bush Jr., convinti di poter fermare lo scempio che si sta consumando a pochi chilometri dalla mia scrivania.
E' giusto opporsi, ma forse con un pizzico in più di buon senso.

ederle.jpg
Ora come ora, per quanto io mi senta stuprata in quanto vicentina, non appenderei mai una bandiera “No Dal Molin” fuori da casa mia.
Non mi piace il modo in cui vengono gestite le cose al Presidio Permanente.
Non mi piace soprattutto il fatto che sia dia così poca importanza a internet per la diffusione delle informazioni. Tentare di sensibilizzare italiani e non solo, di far comprendere che a Vicenza le cose non funzionano come si dice in tv o sui giornali non è così difficile. Basta non affidarsi solo ai volantini, ai mezzi cartacei. E' così difficile? Pare di .

Mi guardo intorno, parlo con i miei amici. Molti di loro sono contrari alla Ederle 2. Altri ripetono come dei pappagalli le ragioni della Confcommercio, dei genitori berlusconiani, degli orafi o più in generale di chi non ha minimamente a cuore il futuro delle terre beriche e dei suoi abitanti.
Esistono addirittura comitati favorevoli al Dal Molin. Date un occhiata ai commenti di questo MySpace per farvi un'idea.
E' molto triste realizzare come a Vicenza un buon numero di abitanti conviva serenamente con i militari. Fin all'anno scorso, andando a scuola in bicicletta, li vedevo ogni mattina, mentre in tuta mimetica correvano lungo Corso Palladio. E' un qualcosa a cui mi sono abituata, anche se non hanno mai smesso di spaventarmi un po'. Qualche mese fa i miei sentimenti sono tornati a galla. Era accaduto lo stesso nel 2004, quando James Michael Brown, parà di 27 anni dell’Oregon, appena rientrato a Vicenza dall'Iraq, stuprò una coetanea nigeriana e lasciandola poi nuda, ammanettata e tramortita in mezzo alla strada.
Fu condannato, ma con una pena più lieve del previsto. Il tribunale stabilì che «vanno riconosciute le attenuanti generiche, perché appare verosimile che l’imputato, nella commissione dei reati, sia stato influenzato da atti di violenza cui ha assistito in Iraq e che nulla avevano a che fare con la necessaria violenza bellica». Tutto ciò è, non solo ingiusto, ma anche ragionevole.
Come scrivono Stéphane Audoin-Rouzeau e Annette Becker nello splendido saggio “La violenza, la crociata, il lutto”: “E' ormai risaputo, dopo la Seconda Guerra Mondiale e i conflitti posteriori, che un soldato impegnato sul campo di battaglia non può sperare di mantenere il proprio equilibrio psicologico per più di qualche mese.”

iraqioil.gif
Da piccola qualche volta i miei genitori mi portavano alla Ederle per il 4 luglio. Ricordo quantità industriali di tacos al formaggio.
Ora so che tutta questa faccenda è controversa e puzza di marcio. La Ederle è diventata per molti vicentini parte integrante del paesaggio urbano. Ma è ora di smetterla di vedere negli Stati Uniti i nostri salvatori.
Al contempo è ugualmente sbagliato lasciar imputridire il proprio cervello al Presidio Permanente.
Non saremo certo noi, quattro gatti dalla cadenza veneta, a fermare questo scempio.
Non posso fare a meno di ridere amaramente quando sento la gente dire: “Noi riusciremo a fermarli!”
Come? Vorrei proprio saperlo.
E' giusto protestare, ma è bene informarsi preventivamente sulle dimensioni dell'esercito nemico, delle armi di cui dispone, su quali sono state le sue strategie in passato.
La mia impressione è che l'abbiano fatto in pochi. Di certo gli intellettuali, ma loro queste cose forse le sapevano già.
Dubito invece che i miei coetanei infervorati l'abbiano fatto. Perché costa fatica, perché è dura accettare la realtà.
Osservo il loro sconcerto, quando placidamente affermo che non abbiamo i mezzi per opporci al Pentagono.
Mi ricordano i tempi delle scuole medie, l'età in cui ci si innamora dell'anarchia e si sparano cagate tutto il tempo, ignorando la storia.

Dunque io non posso fare a meno di angosciarmi. Perché so che tra non molto la Ederle 2 verrà costruita. Non bastava la Ederle 1, con il filo spinato che confina con alcune delle abitazioni del quartiere di S.Pio X. Non bastava davvero.
Dovreste vedere quelle case. Per me sono uno dei più vividi simboli del declino berico. Della merda in cui siamo stati lasciati a marcire.
Negli Stati Uniti le basi sono a decine di chilometri dai centri urbani. Questo la nostra classe politica non riesce proprio a capirlo. E non mi riferisco a Prodi, che non ha potuto fare granché, dato che le carte erano già state firmate da Berlusconi.
Che dire poi dei miei concittadini accecati dalla brama di denaro?
Che possano perire bombardati.


Consiglio la lettura di questo lungo articolo di Michael T.Klare, intitolato
“Behold the Rise of Energy-Based Fascism”, in particolar modo ai giovani del Presidio.

[The Beatles "Ob-La-Di, Ob-La-Da"]

Vado abbastanza spesso al cinema.
Una delle poche cose positive di Vicenza è che a qualche chilometro dalla caserma americana chiamata Ederle c'è un multisala dove, dal lunedì al venerdì, gli studenti possono assitere agli spettacoli risparmiando qualche euro rispetto al prezzo pieno del biglietto.
Vista la programmazione infelice di quest'estate, pur di fare qualcosa ho visto film alluncinanti come Transformers.
Ma non è di questo ensemble fracassone di valori repubblicani e violenza gratuita che intendo parlare all'interno di questo post.
Vorrei invece concentrare la mia attenzione su alcuni aspetti di “Io non sono qui”, il nuovo film di Todd Haynes, già apprezzato qualche tempo fa per “Velvet Goldmine” e “Lontano dal Paradiso”.
Come probabilmente già saprete, il suo nuovo lavoro è costruito attorno alla figura di Bob Dylan ed ha una particolare struttura ad episodi.
i_m_not_there__todd_haines.jpgOgnuno di essi riguarda un particolare aspetto o periodo della vita di Dylan.
La genialità del film sta nel fatto che in ogni episodio Zimmerman viene intepretato da un attore diverso, dando in questo modo l'impressione che le storie siano scollegate tra di loro.
“Io non sono qui” è sicuramente un film imprescindibile per chiunque sia anche solo minimamente appassionato alla figura di Dylan. Io che non l'ho mai amato in modo viscerale non ho potuto fare a meno di apprezzare questa splendida pelliccola, così ricca di spunti, così poliedrica e al contempo saldamente sorretta da una sceneggiatura pressoché impeccabile.
L'unica critica che posso azzardare non è di certo rivolta al film in sé.
Mi duole dirlo, ma come spesso accade in Italia, è il doppiaggio a rovinare in maniera irrecuperabile i film.
In questo caso mi sento di consigliare a tutti voi amanti del cinema, di vedere “Io non sono qui” su di uno schermo di grandi dimensioni e poi scaricarlo in lingua originale. Io lo farò a breve.
Il film è condito da una serie di imbarazzanti errori nella traduzione dei dialoghi, così tragici da essere perfettamente individuabili da chiunque abbia un minimo di buon senso.
E' memorabile una scena in cui un giornalista si rivolge al Dylan di Cate Blanchett chiedendogli i motivi della sua svolta elettronica. A rendere ancora più evidente questo grossolano errore è il fatto che buona parte dell'episodio sia palesemente dedicato alla svolta elettrica del musicista di Duluth.
Posso dire di aver provato un breve ma considerevole dolore al cuore nell'udire queste oscenità.
Che dire poi della doppiatrice che si occupava del personaggio di Cate Blanchett? Udendo i suoi tentativi di costruire una sorta di voce maschile e rauca mi tornarono alla mente alcune interviste ad attori anglosassoni, in cui parlavano di quanto talvolta risultasse complesso trovare la giusta intonazione per determinati personaggi. Una volta uscita dal cinema ricordai anche di quando lessi dell'ira di Al Pacino dopo aver assistito alla versione italiana del suo “Mercante di Venezia”. In quell'occasione affermò che i doppiattori avevano rovinato praticamente tutto il film.

Non capisco perché in Italia ci sia una tale avversione nei confronti dei film in lingua originale con i sottotitoli. E' di certo un problema radicato nella nostra cultura, nella volontà di sforzarsi poco, il minimo indispensabile.
Ma è davvero così faticoso seguire i sottotitoli? Le persone con cui ho parlato di questo argomento mi hanno sempre detto di sì.
E allora perché all'estero ci sono così tanti paesi in cui il doppiaggio praticamente non esiste? Sono tutti pazzi?
Non credo proprio. Di certo ci guadagnano, perché hanno più possibilità di imparare le lingue straniere e di godere dei film in pienezza.
So che in Italia la situazione sarà la stessa anche tra cinquant'anni, perché noi siamo così cementicei e questo ci piace.
Sono a conoscenza del fatto che il dibattito sui sottotitoli è ormai fuori moda. Trovo solo che la cosa stia diventando imbarazzante, come nel recente caso delle puntate inedite in Italia dei Simpsons doppiate dai vip.
Perché, come tutti noi sappiamo, normalmente i vip recitano benissimo.

Concludendo, ribadisco il mio consiglio: andate a vedere “Io non sono qui” e guardatevi anche i titoli di coda. C'è una bellissima cover di “Knockin' on Heaven's door” interpretata da Antony and the Johnsons che tutti paiono perdersi.
E cercate di non vomitare pensando alla traduzione dal titolo originale “I'm not there”.
C'era proprio bisogno di storpiarlo, eh?

[Bob Dylan “I'm not there”]

Torno ora da un concerto in quello che voi chiamereste il culo del mondo. Per me quel culo è la terra dove nacque mio padre e dove io trascorsi tante estati gioiose, quando a sei anni mai nonna mi insegnava il significato della parola “coventrizzare”.
Il concerto in realtà non era un vero concerto. Era una giornata di quello che qualche psicotico ha pensato di denominare festival.
C'erano due gruppi sfigati di cui non è necessario che citi il nome, seguiti poi dai Tre Allegri Ragazzi Morti e dai Verdena.
C'è da dire quest'oggi me ne fregava ben poco dei Cicci Morti. Quest'anno hanno allietato fin troppe delle nostre serate.
Li abbiamo seguiti con lo sguardo, discutendo della oramai cementicea scaletta, della loro cover allucinante di “Ask”.
Nulla di che. Ero ubriaca al punto giusto.
Ad un'ora imprecisata ci recammo sotto il palco, guadagnando una dignitosa seconda fila e pregammo.
I Verdena uscirono e fin da subito notammo tracce di isteria sul volto provato di Alberto Ferrari, omonimo di mio zio.
La voce non si sentiva. La batteria si sentiva troppo.
Ma avremmo anche potuto sorvolare. Queste non sono altro che bazzecole da gente che talvolta ascolta musica.
Il volgo se ne fotte, ed è bene che sia così.
Avrebbe potuto essere un concerto più che degno, forse lontanamente paragonabile a quello dell'Estragon, vista la pregevole scaletta.
Ma le nostre speranze divennero ben presto cenere.
melvins04.jpgC'erano i nirvanici che assurdamente deprecavano “Creepy Smell”, ignorando forse il significativo fil rouge che legò la band del Kobain* e i Melvins, le solite ciccettine isteriche e molta gente che era lì per caso.
Baldra fu colpito mortalmente alla nuca da un eroinomane, cosa che mi spinse ad inseguirlo nel pogo urlando istericamente e per almeno quindici volte: “Che cazzo fai?”
Quando lo raggiunsi tentai di ucciderlo strizzando con le mie mani possenti svariate parti del suo corpo.
Questo finì solamente per renderlo ancora più violento.
Fu a quel punto che decisi di rivolgermi ai nerboruti uomini della security, che mi ignorarono bellamente.
Fecero lo stesso quando feci loro notare che gli eroinomani stringevano tra le mani mortali bottiglie di vetro.

Che altro dire?
Passai quasi tutto il concerto muovendomi languidamente con gli occhi chiusi, perché ero stanca e volevo solo vomitare il mio odio spietato su chi pretende di autodefinirsi un fan dei Verdena e poi conosce solo i singoli del primo album.
Io non mi definisco una fan dei Verdena. Io sono una estimatrice.
Amo un certo tipo di pogo, che in Veneto è andato perduto per sempre.

Questo è solo uno dei tanti motivi per cui odio il Veneto e i suoi abitanti.
Odio i boari orgogliosi di non aver mai letto un libro, le vecchiette oscurantiste, i forzisti, gli industriali evasori, i figli degli industriali, la gente che va al Totem, gli emo e soprattutto odio chi mi fa presente che il mio odio è privo di motivazioni.
Odio con tutto il mio spirito, le mie viscere e il mio cervello chi ha prostituito la sua dignità e ora è arrivato a credere fermamente che Vicenza sia una città in cui è possibile, se non piacevole vivere.
Non sto parlando dei menomati, di coloro che non hanno mai visto la luce.
Sto parlando di coloro che un tempo erano sani.

Odio il mio odio.
Odio scrivere questo post, ma ormai è quasi finito.
Non ho nessuno a cui regalarlo.

Amo la mancanza di logica di cui è gravida la produzione dei Verdena e amo il fatto che siano italiani.
Amo poggiare gli occhi su Luca Ferrari e vedere che indossa una maglietta degli Spaceman 3.
Chi altri lo farebbe nelle aspre terre che noi chiamiamo casa, a parte Baldra ovviamente?
Nessuno.
In tutta la mia esistenza ho visto solo tre magliette degli Smiths a Vicenza.
Una era mia, una era del Guru (che mi rivelò il verbo di Moz) e l'altra era di un tizio ignoto.

A quindici anni venivo spesso accusata di essere snob. Ora sono migliorata tantissimo e sorrido a tutti. Questo non toglie che dopo concerti come quello di questa sera non possa fare a meno di sentirmi una specie veneta in via di estinzione, un piccolo barlume di decenza nel marasma di coloro che paiono privi di curiosità.
Io bramo le fonti.
Sono le fonti che mi hanno dato una parvenza di credibilità.
Sono la mia arma contro l'idiozia dilagante.
Poco importa se le mie parole cadono inesorabilmente nel vuoto.
Mi conforta stare ad ascoltare la mia bruttissima voce e non vedere reazioni nel mio prossimo.
Quand'ero alle medie mi capitava spesso di parlare da sola, perché la gente mi interpellava e poi, non appena aprivo bocca, si girava dall'altra parte a parlare di scarpe.
Che grosso trauma!
Fortunatamente Mtv Made mi ha insegnato a comportarmi da idiota socievole. Ho conosciuto un sacco di gente simpatica in questo modo (almeno due persone).

Ora quasi quasi mi metto a piangere. Sono le quattro e mezza di mattina e ho paura di marcire qui per sempre.
Ma dubito che lo farò.
C'è tutto un mondo a qualche chilometro da qui.
Un mondo pieno di scoiattoli danzanti, di piante di canapa e di Alberto Ferrari che canta “Psycho killer”.


*questo non è un errore, è una citazione colta. Lo dico giusto per evitare inutili spargimenti di merda.

[Verdena "Il tramonto degli stupidi"]

Slint

Slint  | No TrackBacks


In questi giorni cade l'anniversario della prima volta in cui ascoltaii gli Slint.
Fu alquanto traumatico, soprattutto se consideriamo il fatto che quella sera ero stata trascinata al mio primo ed ultimo concerto dei Derozer, la band (punk smarza) più celebre della città.
Ma non sono di certo qui per parlare di ciarpame.
Al contrario, sono qui per spingervi ad ascoltare gli Slint, sempre che voi non siate così pregevoli da averlo già fatto.

Gli Slint sono, ma per certi versi erano, una band di Louisville, un grosso centro industriale del Kentucky.
Padri di quello che Simon Reynolds chiamò post-rock, gli Slint provenivano da una formazione post-hardcore chiamata Squirrel Bait, dalle cui ceneri nacquero anche i godibilissimi Gastr del Sol.
Gli Slint realizzarono il primo album, Tweez, nel 1989. Si trattava di materiale decisamente rivoluzionario, una scossa elettrica in grado di frantumare le certezze di ogni serio ascoltatore di hardcore, grunge o più in generale di qualunque serio ascoltatore.
Personalmente posso affermare di essere stata traumatizzata dal suono degli Slint.
Il modo in cui il capelluto David Pajo e compagnia costruivano le loro trame melodiche, spesso intervallate da esplosioni sonore altamente distorte e da parti cantate che scomparivano per lasciar spazio a puri e semplici monologhi, è tutt'ora incredibile.

Se nel 1991 non avessi avuto quattro anni, con ogni probabilità non sarei impazzita per Nevermind. Avrei invece scelto la via di Spiderland.
Realizzo tutto ciò solo ora, in questo preciso istante.
Il grunge non è mai stato rivoluzionario.
Il grunge è stato semplicemente una figata.
Io adoro il grunge, ma di esso amo soprattutto la sua limitatezza. Mi fa sentire colta, perchè é un genere che ho studiato follemente e che ora posso dire di conoscere davvero.
Ma ribadisco, ora voto Spiderland, voto i confini illimitati post-rock, gli sguardi assenti del math-rock. Voto il vuoto emozionale che diventa veicolo per sentimenti nuovi, l'apertura di spazi mentali inesplorati.
Quando per la prima volta Spiderland si rivelò ai miei occhi in tutta la sua maestosità finii per ascoltarlo per tre volte di seguito.
Verso le quattro di mattina mi ritenni soddisfatta e tornai verso casa.
Fu Baldra a rivelarmi gli Slint. Successivamente scoprii che erano la stessa band che aveva suscitato il mio interesse qualche anno prima, quando avevo visto una foto della band, che poi è anche la copertina di Spiderland.
Ma non ero mai andata oltre, forse perché spaventata dal numero di album storici che mi capitavano tra le mani in quel periodo.
In un certo senso sapevo che quello che era un disco che avrebbe significato qualcosa per me, ma lo tralasciai, riservandolo per il futuro.
Quando Baldra mi fece ascoltare Spiderland non ci conoscevamo particolarmente bene. Passavamo le serate a Sant'Andrea a sconvolgerci, perchè avevamo un sacco di interessi in comune e mai prima di quel momento avevamo conosciuto qualcuno di Vicenza con cui riesumare così tante band amate.
Quella sera ci eravamo storditi di vino rosso mentre i Derozer suonavano alle nostre spalle. Ricordo sguardi accusatori; Nata e Cana che si illudevano di poter ancora manovrare la loro band, oggi ufficiosamente deceduta.
Non so per quale motivo finimmo ad ascoltare Spiderland. Ma so che fu una delle serate più sconvolgenti della mia vita.

[Squirrel Bait “Black Light Poster Child”]
[Slint “Carol”]
[Slint “Don, Aman”]

Come ai bei vecchi tempi:
As merry as the days were long
I was right and you were wrong

Post Rimosso.

But did I ever tell you, by the way ? I never did like your face

But you've got everything now
You've got everything now
And what a terrible mess I've made of my life
Oh, what a mess I've made of my life


[Gang of Four “Not Great Men”]
[Neutral Milk Hotel “Communist Daughter”]

L'estate si è definitivamente chiusa, perché prima di uscire la sera ci portiamo dietro una felpina. Io sono così morta dentro che userei la mia gatta più affabile come sciarpa, ma ho paura che fugga e venga investita.

E' un periodo in tutto e per tutto straziante. Siamo stati dieci giorni ad Amsterdam e abbiamo goduto di ogni dettaglio. Poi altri quattro giorni a Parigi per il Rock en Seine, immersi nel fango.
Ora rimembro tutto ciò, bevendo succo alla pera, che è la mia droga, e per poco non cado a terra sibilando imprecazioni varie.
Baldra ed io abbiamo consolidato il nostro rapporto. Ora sappiamo con certezza che è necessario andarcene al più presto da qui. Fanculo l'università. Fanculo gli amici, o presunti tali. Fanculo tutto.
Da quando sono tornata sento rabbia allo stato puro dentro il mio stomaco.
Faccio a pezzi i giornali. Persino Repubblica.
Mi innamoro delle piante, ma non le so gestire.
Sono continuamente da scossa da istinti omicidi.
Tendo a stordirmi fin troppo frequentemente con l'alcol, cosa che sono arrivata a deplorare, perché a Vicenza è ancora paurosamente fashion, in quanto va a sostituire cose pregevoli come i concerti dei Comaneci.

Questa sera nella mia ridente città suonano gli Zero Assoluto.
Sento la puzza di eccitazione infantile nell'aria.
Qualche giorno fa invece ci recammo alla sagra di Sant'Andrea, senza sapere quale fosse il programma della serata. Poggiammo i nostri piedi sul noto asfalto e per poco non vomitammo.
C'erano i Vanilla Sky. Ovviamente tutte le giovini beriche che siamo soliti osservare in centro erano lì, in tenuta emo. Tutta la città era lì, dato che da noi in media c'è un "evento" a settimana. C'era addirittura chi osò dire: mi fanno schifo gli emo, però oggi mi sono vestita così per ridere. Ah Ah Ah.
Quanto sto ridendo!
La moda emo ha inebetito il mio popolo. Quest'estate pare si siano tutti tinti i capelli di nero, ma dubito fortemente che abbiano mai ascoltato il genere da cui proviene quel look.
Io odio gli emo. Rubano frammenti di mode da altre categorie umane. Mi impediscono di portare i miei vecchi vestiti. Infestano il mio bar, il mio quartiere, la mia biblioteca, la mia università.
Vedere degli adulti che pagavano la bellezza di cinque euro per assistere ad una tristissima performance dei Vanilla Sky mi ha quasi spinta alle lacrime.

Ieri volevo uccidere Baldra, forse perché lo amo e non voglio che soffra.
Forse perché tutta questa quiete mi disturba.

Non avrò pace finché non me ne sarò andata all'estero.

[The Flying Burrito Brothers “Down in the Churchyard”]
[The Slits “Typical Girls”]

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