Agosto 2007 Archives

feat_schiele_306x400.jpgTalvolta mi fermo a riflettere e ricerco nella mia memoria il preciso istante in cui gettai le basi di quello che sono ora. Il momento di radicale mutamento in cui inconsapevolmente scelsi di martoriare il mio spirito fuori di casa e di nutrirlo di ambrosia entro i confini della mia collezione di libri e dischi.
Quando mi imbatto in una qualche giovine berica dallo sguardo brioso e osservo frasi di disprezzo per i libri e per la musica articolarsi sulle sue labbra provo smarrimento, terrore. In terra vicentina, come ben saprete, c'è ben poco da fare. Si può guardare la tv, andare a Sant'Andrea a non fare nulla, ascoltare cinquecento volte di seguito la stessa canzone di Rihanna e poco altro. D'estate poi, se non si è muniti di patente, è la morte.

Non molto tempo fa mi recai a Sant'Andrea e notai i cambiamenti nella fauna locale. Nuovi corpi bambineschi avevano gettato radici in quella che è in tutto e per tutto una prigione. Una volta che entri a Sant'Andrea ogni brama di vita esce dal tuo cervello e resti per sempre lì, sui gradini della chiesa, a parlare del nulla.
Tra la novella gioventù c'erano due bimbe. Erano bimbe dalle tettine infantili, dedite compulsivamente al fumo come espediente per sembrare grandi. Dicevano cose assurde, ridevano di cose assurde. Una delle due era una bimba apparentemente normale, biondina, carina. L'altra sfoggiava svariati piercing, indossava una maglietta fashion di Sid Vicious e millantava ardita conoscenza degli Stooges.
Le osservai per parecchio tempo, sconvolta dalla loro audacia, dai doppi sensi con cui farcivano le loro frasi, dal modo in cui si atteggiavano a “sono rincoglionita dunque dovresti scoparmi”.
Successivamente la mia amica Irene mi rivelò che quella sera, prima che io arrivvassi, le bimbe stavano parlando del mio libro.
Non osai approfondire.
Mi limitai a contemplare il vuoto che si stava librando attorno al mio stomaco, che si espandeva fino a fagocitarmi, che mi insonorizzava.
Spesso dubito della mia produzione. La chiamo produzione per non chiamarla opera. Sarebbe troppo.

Ma ci sono anche le bimbe che stanno tutto il tempo connesse a msn e cestinano i loro anni peggiori intrattenendo riprovevoli conversazioni con gente lontana centinaia di chilometri, con ogni probabilità boara.
Personcine leggiadre dalla ricettività nulla, che vedono la beltà sono in quello che viene proposto dal demiurgo mainstream.
Le osservo e mi domando come possano privarsi della sindrome di Stendhal, del sublime senso di smarrimento che ti assale quando finisci di leggere un grande libro.
Tutte le volte in cui, per qualche strano motivo, sono stata chiamata per andare a parlare con gli studenti di scuole medie e stuperiori non ho potuto fare a meno di insistere su questo punto: affermare che i libri sono noiosi, in quanto formato desueto, è assurdo.
Nei libri, così come nella musica, nel cinema e nell'arte in genere c'è una risposta alle esigenze di ogni singolo individuo presente sulla faccia della terra.
Internet rende tutto vicino, comodo, raggiungibile. Il punto è che molti quindicenni del 2007, che conoscono internet dall'infanzia, ne sono stati una vittima. Per qualche strano motivo si sono semplicemente rincoglioniti come dei pezzi granito anziché scaricare gratis qualche disco decente. Tutto ciò non è folle?
Mi osservo impazzire mentre cerco album dimenticati che non sono reperibili nemmeno online e nel frattempo c'è ancora chi scarica Rihanna e la ascolta in ripetizione, mentre la passano alla radio settecento volte al giorno, mentre i suoi video infestano la tv.
C'è qualcosa di sbagliato in tutto questo.
Allo stesso modo è sbagliata l'imminente riapertura del Totem, agorà per deficienti, su cui sparerei a volumi mortali le sublimi parole di Moz.
Che dire poi del programma di concerti proposti dal comitato No Dal Molin? Rivoltanti, come sempre in queste occasioni. Ma di questo parleremo un'altra volta.

“Ordinary boys, happy knowing nothing
Happy being no-one but themselves
Ordinary girls, supermarket clothes
Who think it's very clever to be cruel to you

For you were so different
You stood all alone
And you knew
That it had to be so
Avoiding ordinary boys
Happy going nowhere, just around here
In their rattling cars”

In conclusione consiglio la consultazione di questo pregevole ed illuminante post di Leonardo sulle cattive letture.

[Morrissey “The Ordinary Boys”]
[Rachel's “Family Portrait”]

Immag002.jpgTra non molto sarò su uno splendido treno notturno che mi condurrà in quel di Parigi. Ad attendermi c'è il Rock en Seine.
Sono alquanto isterica poiché questo è il primo vero festival della mia vita, con tanto di tenda, probabile diluvio e via dicendo.
Una volta tornata ne parlerò sia qui sia su Vitaminic.
Se siete particolarmente interessati all'evento potrete bearvi con qualche aggiornamento in diretta qui.
Io torno martedì mattina. Nel frattempo saluti amorevoli a tutti.

Il cielo si sta incredibilmente rasserenando.
Forse perché sta accogliendo la mia amatissima Subaru M80.
Oggi pomeriggio infatti le ho detto addio.
Ho raccolto i tappettini con i teschi, i mille gadgets dell'Ikea e poco altro.
Ora Mater possiede una nuova macchina. Io mi limito a prenderla in prestito.

[St. Vincent “Paris is Burning”]

Bacio il tuo parabrezza impolverato, o Subaru Merda,
mentre si avvicina inesorabilmente il giorno in cui sarai cubetto.
Ricordo quando ti portammo a casa:
Mater acquistò subito dei coprisedili carini, perché eri troppo brutta.

Immatricolata nel 1992, mi ricordi i tempi delle scuole elementari, quando nevicava e non ci muovevamo più.
Le tue minuscole ruote sono note a tutti.
Qualche mese fa ci recammo al concessionario Opel della città, e l'omino con cui parlammo, nel tentativo di ricordare le caratteristiche del tuo modello, M80, disse:
-”Oh, quella con le ruotine!”
Eppure è straordinaria la tua tenuta su strada!

Presto sarai messa fuori legge.
Il tuo motore entra nel mio portafoglio.
Sei scomoda.
Al tuo interno è impossibile praticare ogni genere di attività ludica, come giocare a scarabeo, fare sesso e ascoltare musica.
Non è raro dare testate ovunque.

Ricordi i tempi in cui i drogati psicotici del Sabotage Bar ti assalirono e piegando la tua portiera anteriore destra mandarono in frantumi il finestrino?
Fummo costretti ad ordinare il pezzo di ricambio in Austria, perché altrove era introvabile.

La gente ti guarda e pensa: “Tre porte” e aspetta che i corpi seduti davanti scendano per permetter loro di salire.
Invece tu sei una cinque porte, o tenera auto giocattolo.
Ricordi quando Beppe salì al mio fianco e con la sua usuale perspicacia disse: “Ma perché ha un volante con scritto Subaru?”
E io risposi: “Perché è una Subaru.”
Lui disse: “Credevo fosse una Fiat”.

Presi la patente un anno e mezzo fa. Il giorno stesso strisciai la tua fiancata destra sul muretto di casa.
Nessuno se la prese.
Poi ti ricoprii di adesivi, di pois verdi.
Successivamente sparirono per questioni di sicurezza.

E ricordi i tempi in cui i pulotti ci fermarono mentre tornavamo da Padova e ci intimarono di spegnere i fendinebbia?
Tu non hai i fendinebbia, bimba mia, hai solo dei fari strani che non illuminano posti dove solitamente sono situati i fendinebbia.

In autostrada oltre i 100 km/h vibri e questo mi spaventa.
Non andammo mai oltre i 150 km da casa. A volte ci abbandonasti per mezz'ore intere, in mezzo al nulla, in piena notte.

D'inverno slitti che è un piacere. Non vuoi mai partire.
Dobbiamo tenere l'aria tirata per venti minuti e poi tirarla nuovamente ad ogni stop.
Mi spaventi quando muori in mezzo agli incroci senza apparente motivo, ruggisci e non riparti.

I tuoi sedili si staccano e sono pieni di muffa. Ci sono ancora i residui di quella volta in cui Beppe rovesciò un chilo di salatini per sbaglio. Passai l'aspirapolvere, ma fu inutile.

Il tuo freno a mano è poderoso. Tiralo in corsa e puzzerai di bruciato per una settimana.
Ci divertivamo a marchiare l'asfalto a Laghetto, in Capanno, nei luoghi desolati.

Ti chiamano Suzuki, perché ti credono sfigata.
Ma sei solo vecchia e piccola.
La mia Subaru Merda.
Se fossi ricca terrei la tua carrozzeria e ti rifarei da capo.
Ma ti manca tutto.
L'impianto elettrico l'ho fatto fare io, per poter mettere l'autoradio.
Le casse me le donò Luca, perchè i suoi hanno un'officina e dispongono di molti scarti.
Successivamente tentai di metterne di nuove, ma come aveva previsto Nata, i collegamenti saltarono presto.
Questo perchè Mater usava le casse per appoggiarci sopra i sacchetti della spesa.
Non hai l'aria condizionata, l'abs, l'esp, il servosterzo, lo specchietto retrovisore destro, i fendinebbia, lo specchio per rimirarsi la faccia, l'orologio, il contagiri, le cinture di sicurezza sui sedili posteriori, il posacenere.

Mercoledì dipartirai, bimba mia.
Ti ricorderò sempre come la mia prima auto, quella che occupava meno della metà dei parcheggi del concessionario Volvo di Vicenza, senza dubbio amorevole e bastarda.
Sentirò la mancanza dei tuoi sedili che si staccano e delle cinture che segano il collo.
Con te ho provato ogni genere di ebbrezza.
Ci vediamo nell'Oltretomba.

Inoltre:
Il tragico video con con diciamo addio alla mia Subaru M80, girato da Baldra. La scarsa qualità della musica in sottofondo non è da imputare alla telecamera ma al mio autoradio.

[Verdena "Le tue ossa nell'altitudine"]

your_image.png

Buoni propositi di Ferragosto 2007: guardare i Simpsons solo ed esclusivamente in lingua originale per il resto della mia vita.
E il film (nelle sale italiane a settembre) è straordinario.

Simpsonizzati anche tu!

[Hans Zimmer "The Simpsons Theme (Orchestral Version)"]

Amstlavandino1.jpgVerso mezzanotte e mezza ho poggiato la schiena sul mio letto.
Mater è ancora invalida, motivo per cui si è dedicata a tempo pieno alla pulizie domestiche e a letture di vario genere. So che ha buttato via qualcosa di molto rilevante, ma non ho il coraggio di guardare. Mater non fa altro che cestinare le mie cose. Non riesce a farne a meno.
La mia camera è vuota e guardarla mi fa rimpiangere lo schifo entro cui Baldra ed io nuotavamo nel nostro tugurio di Amsterdam.

La nostra casa era il simpatico l'Hotel Brian (una stella). Esso si compone di quattordici stanze le cui dimensioni sono assai limitate. I muri hanno una colorazione che varia dal grigio al giallo, le lenzuola sono ravvivate da immensi buchi, i materassi sono poco invitanti.
Baldra aveva paura di camminare scalzo.
Quello che avrebbe dovuto essere un letto matrimoniale erano in realtà due singoli, di cui uno appeso a mezz'aria. Vista la situazione precaria io e il collega optammo per una scelta revivalistica e, come siamo soliti fare in terra berica, dormimmo per nove giorni schiacciati come sardine nel letto poggiato a terra, evitando di toccare il muro e di cadere a terra.

Visitammo il visitabile, con la nostra guida del Corriere e Amsterdam – L'altra guida tra le mani, rifuggendo gli italiani, mangiando macedonie fuori dai supermercati e beandoci di ogni dettaglio.
Ci scalfimmo i piedi con un sorriso maldestro stampato in faccia, consapevoli della volatilità del piacere da poco conquistato. Scegliemmo con cura i coffee shop più quotati, soffermandoci ad osservare le tecniche con cui i team di giovani connazionali si atteggiavano da esperti, odorando i vari di tipi di erba, quasi fossero stati vino. Ci perdemmo per varie ore nella dolce legalità del funghetti allucinogeni, che spalancarono la nostra mente permettendoci di visualizzare sotto forma di colori le Peel Sessions dei Mogwai.
Ci imbattemmo nel negozio di dischi dei nostri sogni, pieno di vinili accatastati ovunque. Lì trovai il 45 giri di “Sleep Well Tonight” dei Gene, mentre Baldra impazziva stringendo tra le mani una decina di oggetti di culto post-rock.
I musei furono quelli che potete immaginare, tutti splendidi, privi di quella pesantezza che spesso ristagna nella nostra amabile penisola.

Per sfatare il triste mito italico secondo cui ad Amterdam non c'è niente e due giorni di permanenza sono più che sufficienti, fummo travolti da una tristezza sterminata quando i nostri dieci giorni di vacanza si conclusero.
Entrare una seconda volta a contatto con gli olandesi mise nuovamente in crisi il mio sistema di valori e credenze, facendomi desiderare ardentemente la deflagrazione di Vicenza, di tutto ciò che, pur essendo spaventosamente deleterio, è ormai radicato nelle nostre vite di italici.

Di recente lessi un commento di origine semianonima posto ai piedi dell'ultimo post di Baldra.
Nel commento Tekla lamentava l'indifferenza di tanti vicentini per la questione Dal Molin, ponendola sul piedistallo della Cosa Più Importante in Assoluto per la Città.
Ovviamente è vero, il fatto che della gente alquanto potente stia violentando la nostra terra dovrebbe spingermi a passare il mio tempo in presidio. Eppure non me la sento proprio di dedicarmi anima e corpo a quella che è solo una causa persa. Mi dispiace dirlo, ma i vicentini non riusciranno mai a fermare il governo degli Stati Uniti. Per questo il discorso si discosta in modo radicale da quello relativo alla TAV. Il “nemico” è un altro, il bacino d'utenza dei due prodotti finiti è diverso.
Vicenza non è mai stata nostra. E' degli imprenditori, di Berlusconi, dei leghisti, dei militari americani.
Non credo che la soluzione sia lasciare che questa gente ci tolga la voglia di vivere. La Ederle 2 verrà edificata ed inaugurata. Il nostro odio per coloro che entrano nell'esercito USA per ignoranza crescerà, così come quello per la pula, per la gente che si compra i SUV e via dicendo.
Il nostro fegato esploderà comunque, ma almeno potrò dire di non aver passato la mia giovinezza battendomi per qualcosa che non mi riguarda più da un pezzo.
Alla manifestazione nazionale contro il Dal Molin, quella che tutti avete visto in tv, c'erano pochissimi vicentini. Mancavano i giovani, li stessi giovani che non muoverebbero un dito per fare qualcosa che abbia un minimo di valore. Questo significa che loro lo vogliono il piede straniero sul cuore. Allora io non posso fare a meno di pensare che loro se la meritano la Ederle 2, che dovrebbero costruirla di fronte alla loro porta di casa.
L'unica soluzione è andarsene, magari ad Amsterdam. Mi dispiace solo per Palladio, che di qui non può muoversi.

[Cat Power “What Would the Community Think”]
[Coldplay “Amsterdam”]

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